Basta con il terrorismo psicologico, diffuso da veri e propri zombie del terrore. La rottura di un’unione monetaria è stato un evento frequente e non traumatico. Nel secondo dopo guerra sono avvenuti 70 casi di dissoluzione di Unione monetaria, tra cui 20 casi in corrispondenza della fine del periodo coloniale. Le dissoluzioni sono avvenute nelle circostanze più disparate : dopo una sconfitta militare come lo sfaldamento dell’impero Austro Ungarico del 1919 o durante una guerra civile, vedi Bangladesh del 1997, o come il divorzio tra Repubblica Ceca e Slovacca nel 1993. Queste dissoluzioni hanno determinato l’adozione di una nuova valuta e, in questo scenario storico e noto, ci sono “i terroristi” che affermano “non si può tornare indietro perchè la lira non c’è più e sarebbe illegale”. Invece, si può tornare indietro : la Convenzione di Vienna del 1969, all’art.56 disciplina il recesso dai trattati. Inoltre, il Trattato di Lisbona prevede all’art.70, il diritto di recesso dall’Unione Europea. Non siamo i soli, pertanto sono gli incredibili pseudo studiosi ad affermare il recesso-disgrazia : il Fondo Monetario Internazionale chiarisce che l’Euro produce squilibri che rendono molto difficile la situazione nei Paesi membri, perchè e’ aggravata dalla politica di DEFLAZIONE COMPETITIVA, posta in essere dalla Germania, a cui aggiunge una politica MERCANTILISTA, che provoca squilibri ed è causa della crisi.

In questo modo, la Germania ha violato gli obblighi pattizi del Trattato, cioè:

  • obbligo del coordinamento delle politiche economiche,
  • Inoltre, l’art.107 del Trattato, al co.3, ammette gli aiuti di Stato nei casi delle Regioni svantaggiate o con molti disoccupati.

Queste circostanze, consentono agli Stati l’intervento, ma c’è il………fiscal compact che preclude. Comunque, le basi legali, per l’uscita dall’euro, ci sono.

 

SAREMO COSTRETTI A SVALUTARE DEL 50% E I NOSTRI STIPENDI VARRANNO LA METÀ : FALSO.

 

All’uopo, ci ricorda il Prof. Bagnai che, in Argentina, durante la dollarizzazione, si era accumulato un differenziale di svalutazione, rispetto agli USA, di 182 punti e la svalutazione, rispetto al dollaro, fu del 206 %. In Italia, durante lo SME si era accumulato un differenziale di inflazione rispetto alla Germania di 19 punti e la svalutazione era del 21%.

Ora, qual è l’attuale nostra situazione?

Di fatto, ci siamo riagganciati al Marco, quando siamo rientrati nello SME nel 1996. Dal 1997, la Germania ha avuto un’inflazione media annua dell’ 1,5% e noi del 2,2%, ben ,lontani dal 50%. C’è, però, da precisare che la svalutazione influenza il potere di acquisto della moneta sui Mercati internazionali, ma non sul Mercato interno. Insomma, nel passaggio dall’euro alla nuova lira, anche se la svalutazione fosse del 50%, ma non lo sarà mai, questo non vorrebbe dire che quello che costava, il giorno prima 1 euro, costerà il giorno dopo 1,50 nuove lire ! L’eventuale perdita di acquisto sul mercato interno dipende da quale sarà l’inflazione, cioè la crescita dei prezzi all’interno del Paese. La relazione tra svalutazione e inflazione non è assolutamente scontata, perchè non è meccanica. Quindi, se ipotizziamo una svalutazione del 20%, sappiamo che l’inflazione non aumenterà di 20 punti, in quanto ciò non è mai avvenuto, per cui i salari non perderanno il 20% del loro potere di acquisto.

 

QUINDI, TORNANDO AI ”TERRORISTI”.

 

Non è vero che dopo l’uscita, i salari subirebbero una perdita secca del 50%. Al massimo, intorno al 7%, ma questo solo se lo Stato non prenderà iniziative. Peraltro, i “terroristi” trascurano un importante dato : lo Stato disporrebbe di iniziative di intervento per contenere l’inflazione : ad esempio,

  • riducendo le accise sui carburanti e
  • le imposte indirette, così da far ripartire l’economia e che il 7% in meno, nell’ipotesi peggiore, andrebbe defalcato da un reddito che, nel frattempo sarebbe cresciuto ( aiuti di Stato, aumento delle esportazioni altro ).

 

ESEMPIO CILE.

 

Nel triennio a partire dalla svalutazione, si sono avuti incrementi annui di redditi reali, a parità dei poteri di acquisto, del 2%. Un aumento dei redditi dell’ 1% all’anno, come quello verificatosi in Italia, dopo l’uscita dalla SME, fu contenuto perchè agli Italiani venne inflitta una drastica cura a base di “austerity”, ad opera dei Governi tecnici che ci volevano fare entrare nell’Eurozona a tutti i costi, per cui era inevitabile che l’incremento del reddito risultasse contenuto, nonostante l’esplosione delle esportazioni. Volete sapere quanto sono cresciuti, in media, i redditi degli Italiani a parità dei poteri di acquisto dal 1999 ad oggi, nella meravigliosa età dell’euro? Dello 0,1 % all’anno.

 

ESEMPIO CANADA.

 

Il Canada, grazie alla cooperazione tra Tesoro e Banca Centrale è riuscito a rientrare in maniera indolore, pur contenendo l’inflazione, da una grave crisi debitoria, riportando il debito pubblico dal 101% del PIL  (1996) al 66% (2007 ). Concludiamo affermando che l’uscita da un’unione monetaria comporta una svalutazione del cambio e ciò produce crescita del prodotto, come provano la stragrande maggioranza dei casi, mentre il paventato default col debito estero potrebbe essere lieve e transitorio, a condizione che il Paese possa finalmente gestire il tasso di cambio.Dovrei scrivere tanto altro sull’importante argomento, ma annoierei i lettori delle STELLE”, ai quali sono destinate informazioni sintetiche e scientifiche, collegate alle azioni del Governo in carica. Comunque, a conclusione, non nascondo il mio sconcerto verso l’atteggiamento del Presidente Renzi, che, nei recenti colloqui con la Merkel, non ha nemmeno sfiorato l’argomento del FISCAL COMPACT, DEGLI AIUTI DI STATO E DEI PARAMETRI DI MAASTRICHT, di fronte al livello disastroso e crescente della nostra disoccupazione. La prossima “STELLA” tratterà argomenti “governativi, per doverosamente criticarli.

 

Inoltre.

 

PER CONTENERE L’INFLAZIONE CI SONO QUESTE MISURE:

  • monitoraggio dei margini della grande distribuzione,
  • riduzione delle accise sui carburanti, l’incentivazione di filiere corte, che favoriscono i produttori locali,
  • processo guidato spontaneamente dal mercato, in caso di svalutazione , in quanto questa non solo promuove le esportazioni, ma soprattutto scoraggia le importazioni,
  • l’avvio di una tornata di rinnovi contrattuali, in quanto l’indicizzazione dei salari, cioè l’aggancio automatico dei salari all’evoluzione del corso della vita non porta necessariamente ad una maggiore inflazione.

Holland ( 1995 ) per gli USA e Banca Nazionale Belga( 2008) non trovano relazioni fra la presenza di indicizzazioni e l’intensità dell’inflazione.Il motivo per il quale l’INDICIZZAZIONE DISINNESCA LE ASPETTATIVE E’ SEMPLICE : se i salari sono indicizzati al 100%, i lavoratori sentendosi tutelati non hanno alcun particolare interesse a basare le proprie rivendicazioni sull’inflazione stessa. Lo stesso Prof. Nuti rammenta “quando l’indicizzazione salariale venne introdotta in Italia nel 1947, il Presidente di Confindustria, l’armatore Angelo Costa, la salutò come una decisiva misura anti – inflazione” (vedi Prof. Bagnai). In effetti, per tutto il corso degli anni ’50, l’inflazione media in Italia fu del 3%. Una bella stabilizzazione, se considerate che si usciva dalla iperinflazione postbellica, che aveva superato il 100% l’anno.

 

MA SE STAMPIAMO MONETA AUMENTIAMO L’INFLAZIONE.

 

NON E’ VERO!

 

Dicono i “terroristi”: se riacquistiamo sovranita’ monetaria e ristabiliamo il principio che la BANCA CENTRALE PUÒ FINANZIARE IL TESORO, l’Italia si condannerebbe all’iperinflazione, perchè lo Stato stamperebbe, stamperebbe e stamperebbe carta moneta all’infinito. Ripetiamo: il nesso fra stampa di moneta e inflazione è quasi insignificante:

  • l’elevata inflazione degli anni ’70 è giustificata dai due shock petroliferi e non è riconducibile ad una politica monetaria espansiva,
  • la disinflazione italiana è giustificata dal contro-shock petrolifero degli anni ’80 e l’aumento della disoccupazione fu causato dalle politiche fiscali restrittive, determinate dal divorzio Banca Centrale e Tesoro.

In tanti Paesi in cui la Banca Centrale non è indipendente perchè concorre al finanziamento del deficit pubblico, l’inflazione non preoccupa. Nell’ultimo decennio, l’inflazione media in 4 di questi Paesi, il Canada, la Corea, Israele e il Sudafrica, è stata rispettivamente del 2,1%, 3,1%, 2,0%, e 6,1 % contro il 2,3% dell’Italia. Attenzione: l’inflazione del Sudafrica è stata tripla rispetto a quella italiana, ma il suo tasso di crescita reale medio, nello scorso decennio, è stato di SEI volte superiore a quello italiano (3,5 % rispetto allo 0,6% dell’ Italia). Inoltre, il Canada, attraverso la cooperazione fra Tesoro e Banca Centrale è rientrato, con contenimento dell’inflazione, da una grave crisi debitoria, riportando il debito pubblico dal 101% del PIL (1996) al 66% (2007 ).

 

SE USCIAMO DALL’EURO CADIAMO IN UN BARATRO : FALSO.

 

Premesso che l’uscita da un’unione monetaria comporta sempre una variazione del cambio (qualcuno svaluta, qualcuno rivaluta) e spesso  anche un default sul debito estero. Ma le conseguenze a medio termine di una svalutazione del cambio, IN TERMINI DI CRESCITA DEL PRODOTTO SONO, NELLA STRAGRANDE MAGGIORANZA DEI CASI, POSITIVE E QUELLE DEL DEFAULT SONO NEGATIVE,  E SE SI  DETERMINANO, SONO SOLO LIEVI E TRANSITORI, PURCHE’ IL PAESE POSSA GESTIRE IL TASSO DI CAMBIO.

 

ORA UN ESEMPIO SUPER TRANQUILIZZANTE.

 

Weisbrot e Ray ( 2011 ) analizzano 13 casi recenti di “SVALUTAZIONE ESTERNA” (cioè del tasso di cambio) confrontandoli con un 1 caso di “SVALUTAZIONE INTERNA” ( cioè dei salari ), quello della LETTONIA, citata come successo dai sostenitori delle “riforme strutturali” all’europea. Nei 3 anni successivi alla svalutazione del cambio, il PIL era aumentato, in 10 casi su 13, con incrementi che vanno dal 6% (Messico 1994 ) al 17 % (Argentina 2001 ). Viceversa, in Lettonia, a 3 anni dalla “svalutazione interna”,rinnovata nel 2007 ( come ci viene chiesto di fare dall’ Europa ) il PIL era crollato del 21% ! Certo, gli operatori esteri che detengono debito pubblico italiano, caso di ridenominazione del debito in nuove lire, subirebbero, a causa della svalutazione, una perdita del 10%/20%. Non è default, perchè la storia offre numerosi esempi di Stati che hanno svalutato senza fare bancarotta, vedi, di recente, il Regno Unito.Inoltre, i Mercati HANNO AMPIAMENTE ANTICIPATO LE LORO PERDITE IMPONENDOCI TASSI ELEVATISSIMI PER CAUTELARSI DAL RISCHIO, vedi IL FAMOSO SPREAD.PER CUI, AVENDO ANTICIPATO LA PERDITA, I MERCATI NON CI PENALIZZERANNO. GLI UNICI VERI COSTI LI SUBIRA’ LA CLASSE POLITICA CHE HA CONDOTTO IL PAESE AL MASSACRO. MA DI QUESTA CLASSE POLITICA GLI ITALIANI NE VOGLIONO FARE A MENO (cfr. Prof. Bagnai).

 

DUNQUE, USCIRE DALL’EURO SI PUO’.

 

CONCLUDIAMO AFFERMANDO CHE SE USCIAMO DALL’EURO NON CI SARÀ ALCUNA FINE DEL MONDO, MA IL NOSTRO PAESE, RIACQUISTANDO LA SUA SOVRANITA’, RIFIORIRA’.